Adenovirus non ti temo.

Spuntini di notte. Eccomi. Di notte. In questa quarta notte di ospedale. Un ricovero capitato tra capo e collo che non avrei proprio saputo prevedere. Lindibussola giovedi sera aveva 39 di febbre. Venerdi la teniamo a casa dal nido. Paracetamolo ma febbre tutto il giorno. Sabato mattina alle 7 si sveglia e nonostante 36 ore di tachipirina ha ancora 40 di febbre. La metto nel passeggino e decido di fare un giro in pronto soccorso. Così, alla leggera, come sono io. Salterellando. I due grandi sono dai nonni e perché non passare una bella mattina in PS? Alla leggera. Ma si. Non porto un cambio, un pannolino, un giochino. Niente. E perché mai? Per me sto andando a farmi dire che la bimba ha l’influenza, che non ha l’otite (la grande paura degli ultimi mesi), e di avere pazienza. Infatti è più o meno quello che succede: arrivo e Lindibussi è sfebbrata. La pesano: 10kg tondi e una vita che ancora si conta in mesi. Carne e guance rosee. Saturazione 100. Mi ridono in faccia. Con gentilezza, con professionalità, ma mi ridono in faccia.

“Eh sa, il nonno è medico, è lui che mi ha spinto a portarla per un controllo. É lui il gufo”. Ahhh. Silenzio. Si guardano…E’ medico? Mmhh. Va beh magari un prelievo glielo facciamo che così ci togliamo ogni dubbio. Mi mettono in uno stanzino ad aspettare. I risultati del prelievo sbalordiscono tutti: la bambina ha 38.000 globuli bianchi e 10 di Pcr. Ovvero, per noi comuni mortali: non c’è dubbio che ci sia un’infezione in atto, e anche parecchio potente. Azz il nonno ci ha visto giusto, ancora una volta.

“La ricoveriamo e le mettiamo una giugulare”, cosi la chiamano, un cateterino nel collo per poterle iniettare un antibiotico in vena. E qui mi fermo un attimo, respiro. Non mi sento più tanto “leggera”. Giugu-che? La giugulare? Già trovare la vena nel braccio per fare il prelievo alla bimba è un’impresa. Ha le braccia fatte di burro. La pelle liscia di chi finora è stata protetta come fosse di cristallo. E invece sono pianti, urla, lacrime, bocca tremante, sudore. Le bucano entrambe le braccia, cercano una soluzione nella manina. Lacci emostatici sempre più stretti. Ma quando le devono (?) mettere “la giugulare” non riesco a restare a guardare. La sento dal fondo del corridoio, con lei c’è il papà, arrivato nel frattempo. Nella pancia rivivo ricordi del ricovero della sorella, nel 2013. E non mi piace per niente.

A parte la decisione dell’antibiotico in vena invece che per via orale, che come mamma mi è impossibile comprendere, sul pronto soccorso della clinica in questione non ho nulla da dire. Gente gentile. Sorridente. Informale. “Gente tranquilla, che lavorava”, direbbe Celentano. Che viveva il suo turno del sabato mattina.

Il brutto comincia quando ci accompagnano in reparto, per tenerla sotto controllo. Si fa sera e la temperatura risale. Le danno una dose di tachipirina. Sarà l’unica dose, perché poi resteremo ricoverate 5 giorni, ma non avrà più una linea di febbre. Continueranno a darle un antibiotico in vena per 5 giorni, e ci chiederanno di continuare per altri 5 a casa, nonostante nel suo sangue non si manifestino mai segni di infezione batterica. Sarà positiva all’adenovirus, che anni orsono aveva colpito anche sua sorella.

Adenovirus non ti temo. Però ti prego, stacci lontano. Prendi me, non loro.

Allora, sarà che io sono capitata un sabato sera. Sarà che il week-end è tutto fermo, che c’è meno personale, che quello che c’è non ha voglia di lavorare. Sarà. Fatto sta che la nostra esperienza è surreale, da molti punti di vista. Durante il fine settimana il personale è pessimo. Maleducato. Frettoloso. Impreciso. Il lunedì, frutto forse della presenza della primaria, si comincia a respirare un’aria un po’ diversa,  ma che si scontra comunque con le inefficienze dell’organizzazione.

Un’infermiera ci spiega alla velocità della luce i principi fondamentali del ricovero. Sembra Paolo Bonolis nei suoi programmi tv. Decine di informazioni in 60 secondi. Sono esausta dopo la giornata in pronto soccorso, delle svariate info ricordo solo che sono tenuta a riciclare la mia pattumiera. Lì i pannolini, laggiù la carta, e poi la plastica. I bidoni sono dall’altra parte del corridoio in una stanza chiamata lo smaltitoio. Comodo…

Poi ci dice che io non avrei avuto diritto di mangiare, ma posso richiedere le pappe per la bimba. Mi anticipa: “Per le lamentele mamma puoi rivolgerTI alla caposala direttamente lunedì, io non posso fare niente”. E quindi? Io non mangio? Mi faccio portare dei pasti da fuori che condivido con Lindibussola, perché lei è così gentile da mangiare solo qualche cucchiaino delle sue pappette insipide e preferire le mie focacce. Un cartello in corridoio dice che è vietato dare ai degenti pasti che provengono dall’esterno. Machedavvero?

L’infermiera nella sua frase a memoria “Per le lamentele mamma puoi rivolgerTi alla caposala direttamente lunedì, io non posso fare niente” dimentica di dirmi che dal lunedì al venerdì si possono richiedere dei buoni pasto. Certo, il sistema non è propriamente ‘comodo’. È il padre di un bimbo ricoverato da settimane che me lo spiega. Col buono in mano, del valore di 5 Euro, mi dovrei secondo loro recare in un’altra clinica, che si trova dall’altra parte della strada. Dovrei quindi vestirmi, prendere l’ascensore, uscire, rientrare in un altro posto, servirmi alla mensa (aperta solo a pranzo e dalle 18 alle 19) e tornare su. E la bambina nel frattempo? La dovrei lasciare a cuor leggero alle amabili infermiere? Dimentica anche di dirmi che le mamme nutrici, o che allattano almeno al 50% hanno diritto al pasto. Io allatto diverse volte al giorno. In ospedale poi, la mia produzione è probabilmente triplicata. Lindibussola è come me: mangia per noia. Dimentica anche di dirmi che le pappe sono da richiedere sul momento, che non c’è un orario per riceverle. Io che sono timida domenica non ne ho richiesta neanche una. Ho aspettato diligentemente e pensato che se ne fossero dimenticati. Inconvenienti del latte materno sempre disponibile.

Nota ndr: le infermiere sono le uniche a chiamarmi ‘mamma’ e non ‘Signora’ e a darmi del tu. E la cosa non mi fa piacere.

In questi giorni vedo diversi pediatri. Secondo ognuno di loro, visto che la bimba è sfebbrata e ha ‘bonne mine’ (sembrava in forma insomma) dovrebbe uscire il giorno dopo, se i risultati del prelievo lo permettono. I risultati degli esami arrivano, ma ogni giorno il nuovo pediatra di turno preferisce tenerla un giorno in più per precauzione. “Perché ancora non ci sono i risultati dell’emocoltura”. Per carità, tutto bene fino qui. Peccato però che la bambina, da sabato sera a mercoledì, senza febbre e “in buone condizioni generali” (da lettera di dimissione ndr) sia sottoposta a una lastra, due ecografie dell’addome, un tampone faringeo, un esame delle feci, un esame “aspirato” (del muco nasale), quattro prelievi. Qualunque infermiera provi a prenderle il sangue la deve bucare più volte, su entrambe le braccine, su una mano, su un piede, perché ormai le vene sono dure, ‘martoriate’, mi dice quella di oggi. L’ultimo sangue glielo prendono goccia a goccia con un ago butterfly, dal polso. Io non posso dire la mia dal punto di vista medico perché medico non sono. Da una parte sono grata per l’attenzione dedicata a mia figlia, e per gli sforzi fatti per dimetterci con una diagnosi, però Lindibussola ha occupato uno dei 25 letti del reparto per quattro notti, e questo privilegio l’avrei lasciato volentieri a qualcun altro.

E’ la seconda volta in pochi mesi che vivo la realtà di un ospedale milanese, prima per il mio unico parto italiano e poi per questo ricovero.E’ solo esperienza personale, ma rispetto al pur imperfetto Belgio, qui noto una minore attenzione verso la persona, verso l’aspetto emotivo del soggiorno in ospedale, un minore accompagnamento nel percorso, una minore empatia verso quella sensazione di impotenza e di fragilità che la malattia ti regala, un minore rispetto in senso lato del degente.

Sul parto scriverò un post, ora che mi si è aperta la giugulare (scusate, deformazione post articolo) spillano rivoletti di pensieri da riordinare e pubblicare. E devo, devo raccontare delle differenze tra un parto in Belgio e un parto in Italia.

Sul ricovero in pediatria invece ho detto abbastanza.

La disavventura è da contestualizzare in un reparto che sembra una comune o una casa popolare di periferia.

Gente che si parla a metri di distanza.

Donne che sfiorano la rissa per chi fa o non ha il suo lavoro. Nello specifico: operatrici socio-sanitarie e infermiere. E noi dovremmo affidare le nostre creature a queste che si tirano i capelli e non si vergognano di niente, neppure a serata inoltrata. ” Mi devi guardare quando ti parlo! Oh, ma io stacco tra venti minuti ma che me frega! Non sono il tuo cesso per vomitarci le tue frustrazioni!” (dai, questa è carina, non potevo non segnarla).

Cartelli ridicoli del tipo “questa porta deve restare chiusa”, su porte sempre aperte.

Il personale (tutto il personale, dalle pulizie alle infermiere) che entra nella stanza senza bussare e parlando a voce alta. A qualunque ora.

L’utilizzo della cucina alle 5 del mattino con annesso sbattimento di sportelli che sveglia almeno un paio di lattanti. A tal proposito mi permetto di consigliare alle strutture di questo genere il mitico ammortizzatore per ante UTRUSTA del Signor Ikea https://www.ikea.com/it/it/catalog/products/40241823/ che costa solo 1,50 Euro e potrebbe ridare il diritto al silenzio in reparti in cui manca il buon senso. Lancerò a breve un crowdfunding.

In ultimo: nessuno medico che si sia presentato. Ma forse questo qui in Italia è prassi. Non so, a me pare strano non sapere chi ho davanti. Eppure in tutti gli altri settori professionali ci si presenta prima di discutere. Io ho partorito attorniata da perfetti sconosciuti. Ma va beh, questo, come dicevo, sarà un altro post.

 

4 Comments

  1. Grazie Raffaella! L’Italia ha tanto di bello da dare, per noi il ritorno è stato pieno di amore e di emozioni positive e bellissime. Forse proprio perché è il mio paese certi difetti faccio più fatica ad accettarli…il futuro parte da noi! E dai nostri figli! Be kind 🙂

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