Laura Trefiletti, la poliedrica – L’intervista

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L’intervista a Laura Trefiletti è avvenuta in due tempi. Prima una chiacchierata whatsapp, profonda e avvincente, dove ho scoperto la sua anima tormentata e poliedrica. Poi a casa dei suoi genitori a Milano, dove ci siamo parlate senza parole: Laura mi ha fatto un massaggio ayurvedico, e durante quell’ora passata ad occhi chiusi, completamente rilassata tra le sue mani competenti, ho capito di più di lei, ho rielaborato tutte le informazioni che mi aveva regalato durante la telefonata, ed è nato questo testo.

Chi è Laura

Laura Trefiletti sta studiando per essere operatrice olistica. Oggi. Se la si cerca su Google però, si trova subito la sua pagina su Wikipedia: Laura è stata una ginnasta olimpionica, classe 1984. E tra la ginnasta e l’Ayurveda è artista, clown, teatrante, nomade. Laura è un cubo di Rubik, come si aggiustava da un lato, si incasinava sul resto. Fino a quando ha trovato l’Ayurveda, che le ha prima distrutto l’ego, per permetterle di rinascere.

Quanto la ginnastica ha a che fare con tutto il tuo percorso? La ginnastica è una delle mie ferite primarie. Ho cominciato a 5 anni, a 7 ero in palestra tutti i giorni. La mia infanzia non è stata rosea, a 10 anni ho cominciato ad avere problemi alla schiena. Nessuno, a quei tempi, ha preso in mano la situazione, né i miei allenatori, né i medici, nessuno. Né dal punto di vista morale, né sanitario. Vero è che vivevo già fuori casa allora, ed ero solo una bambina: ero ospite nel residence con le altre ginnaste, dove dovevo cavarmela da sola, e dove chi si occupava di noi non pensava di certo a proteggerci ma guardava solo ai risultati (che non erano mai abbastanza). Ci allenavamo, e non pensavamo ad altro, non conoscevamo altro. Avevo una vertebra spostata che mi dava grossi problemi e mi obbligava a vivere nel dolore. Un giorno sì un giorno no avevo una crisi, pensavo di non farcela, eppure poi andavo avanti.

E i tuoi genitori?  I miei facevano quello che potevano, e che si sentivano di fare. Mi stavano vicini, certo, la loro era una presenza costante. Ma mia mamma è cresciuta con 7 sorelle, ha sempre guardato all’essenziale, nei suoi abbracci c’era sempre la spinta a farmi trovare nuove energie, a non mollare. Quando stavo male mi parlava di responsabilità, mi ricordava che ormai facevo parte di una squadra, e mi diceva che da grande l’avrei ringraziata per quell’insegnamento. Mio padre è stato abbandonato da sua madre ed è cresciuto coi nonni in Sicilia. Quando mi guardava – e mi guarda tuttora – percepivo un grande orgoglio. Era fiero di me, ma lo era così tanto che non si faceva altre domande. Io per lui ce l’avrei di certo fatta, e quando ci vedevamo ci concentravamo sui sorrisi e sull’affetto, che non mi è mai mancato. Mi hanno entrambi sempre amato moltissimo, ma il loro modo di amarmi prevedeva anche il fatto di affidarmi ad altri adulti. Si sono fidati ciecamente degli allenatori, dei medici, senza mai mettere in discussione che quella vita che facevo fosse davvero un bene per me.

Ho smesso di colpo, tornata dalle Olimpiadi, a 15 anni. Il medico sportivo non mi ha più dato l’idoneità, ovvero non mi ha più permesso di allenarmi, perché sarebbe stato troppo pericoloso, ormai la situazione della mia vertebra era al limite del sopportabile.

Deve essere stato un lutto, immagino. La ginnastica era tutta la tua vita. Macché! Ho provato un senso di sollievo che ancora ricordo, ero così felice che qualcuno avesse deciso per me che dovevo smettere, mi sentivo così leggera all’idea che qualcuno si fosse finalmente preso la briga di decidere. Appena ho smesso di fare ginnastica ho capito che dovevo prendere in mano la mia vita, e che non volevo mai più un capo, un allenatore, un qualcuno che mi dicesse cosa devo fare. E’ così che è cominciato il mio percorso che mi ha portata oggi all’Ayurveda.

Eh si, un percorso fitto, che la maggior parte di noi non vive nell’arco di tutta la vita. Molteplici identità che si sono susseguite fino alla scoperta dell’Ayurveda. Artista, teatrante, circense, clown, ora operatrice olistica. In quale di queste identità ti ritrovi di più?

Più che parlare di identità preferisco parlare della mia autenticità, l’Ayurveda è un tramite attraverso cui mi sto conoscendo. A livello terapeutico ho preso in mano per la prima volta il mio passato grazie alla scuola olistica che ho frequentato. Ma prima di decidermi, e di iscrivermi, ho lasciato trascorrere molto tempo, direi anni. Guardavo il sito, e poi accantonavo l’idea. Ma l’idea rimaneva nei miei pensieri.

E intanto facevi circo…

Per un certo periodo il teatro è stato la mia vita: mi mettevo in mostra, ricercavo l’elemento perfetto, come nella ginnastica. C’era sempre un risveglio dell’ego, come per tutti gli artisti. Mi esibivo.

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La tua troupe si chiamava La Ruspa Rocket, giusto? Abbiamo vissuto nella stesso periodo a Bruxelles, quando tu ti esibivi con Julien e Valentin.

Si, un’esperienza intensissima. Vivevo a Bruxelles allora, e avevo due soci, eravamo sempre in tournée, sempre insieme. Cercavamo l’estremo. Ma lasciai il circo da un giorno all’altro, perché il mio corpo non mi seguiva più. Avevo le anche, i nervi, e l’apparato nervoso centrale distrutto. Ho passato quasi un mese senza riuscire a camminare. A causa mia e dei miei malanni avevamo cominciato a perdere energie e soldi, ad annullare spettacoli all’ultimo, a non poterci allenare. Così mi sono decisa, e ci siamo separati. Lasciare l’acrobatica e la mia filosofia di vita è stato un lutto interiore. Ero persa, non sapevo più chi ero, che posto avevo nel mondo. Mi ero creata un’altra identità possibile dopo la ginnastica, ma mi rendevo conto che avevo bisogno di aiuto a livello morale e spirituale. E così ho fatto ipnosi, ho studiato Jodorowski, i massaggi thailandesi. Non trovavo bene la mia strada e la persona con cui intraprendere un percorso di guarigione.

Lasciai Bruxelles la prima volta per andare a vivere sui colli bolognesi con dei woofers in un agriturismo. Ho trascorso lì 7-8 mesi, ho comprato una roulotte e con il gruppo di woofers ci autosostentavamo in un mondo idilliaco e bellissimo. Lavoravamo in cambio di vitto e alloggio, ma poi come tante situazioni poco strutturate il gruppo si è sciolto, ognuno è andato per la sua strada.

Ho visto molte foto di te clown, hai voglia di parlarmene?

Si, facevo corsi di clown. Ridevo, piangevo, facevo un forte lavoro emotivo. Ma non ero al mio posto, mi dovevo sforzare per stare vicino agli altri, alla gente in generale. E’ stato in quel periodo che, di ritorno dall’agriturismo, incontrai a Bruxelles un mio amico maiorchino, Selim, che mi fece la domanda giusta: di cosa avresti bisogno in questo momento? E gli risposi ‘voglio vivere nella natura, da sola, e vivere di cose essenziali’. Mi invitò ad andare nel suo pueblo in Spagna, Sarracò, e mi lasciò le chiavi di casa sua per qualche mese. Così, presi un biglietto aereo e all’aeroporto mi venne a prendere suo fratello Pau, che io non conoscevo.

E oggi sei ancora a Maiorca, da due anni e mezzo vero?  Beh si, io e Pau nel frattempo ci siamo innamorati. Da quella volta che mi è venuto a prendere all’aeroporto non ci siamo più lasciati. Nella mia vita da girovaga già il fatto che qualcuno avesse la gentilezza di venirmi a prendere mi commosse. E poi ricordo che quando lo vidi arrivare ci presentammo e si schiuse come un’energia, intrappolata da molto tempo. Ci abbracciammo così a lungo, come se ci ritrovassimo, finalmente insieme anche se non ci eravamo mai visti. La cosa che ricordo è che notai subito la sua dolcezza, e la profondità del suo sguardo; l’amore arrivò nel tempo ma già da quell’incontro nacque qualcosa di davvero bello e intenso, che dura ancora oggi.

Ma all’inizio come è stato? Passare da una grande città come Bruxelles a un pueblito sulle montagne? Tagliavo la legna nel bosco, cantavo, leggevo. Ringrazierò sempre Selim per avermi portato qua in questo pueblito, Sarracò. E ringrazierò sempre mia mamma che quando tornai a casa dopo un mese mi disse ‘Laura ma stai benissimo! Sei rinata! Ma perché sei tornata? Se ti dà pace, e ti fa stare bene, torna a Sarracò.’

Così, ho fatto un ultimo pit stop a Bruxelles, ho chiuso tutto e sono tornata in Spagna, dove Pau è venuto a prendermi e mi sono lasciata vivere. Ho trovato lavoro in un ristorante di tapas con un tedesco, Folker, con cui non ci capivamo se non con lo sguardo. La ristorazione è stata un’esperienza dura ma c’era tanto amore nell’aria. La sua donna era belga per fortuna, io chiamavo lei quando dovevo comunicare qualcosa di importante. E per il resto, si lavorava, si lavorava.

Ho fatto il mio primo inverno qui a Sarracò e ho finalmente preso la decisione di iscrivermi a un corso di massaggi a Roma, al quale è seguita l’iscrizione alla scuola olistica ad Ancona fondata da Simone.

Simone? Si, è il mio maestro di Ayurveda, un vulcano acceso. Con lui ho trovato la guida che cercavo e che non trovavo anni fa. E’ stato un anno di terapia, in cui ho lavorato molto su di me, e in cui ho cominciato a praticare. Un po’ a Milano, un po’ a Sarracò. All’inizio non mi facevo pagare, la gente mi portava dei regali in cambio: il miele, gli asciugamani nuovi…Poi piano piano con le competenze ne ho fatto un mestiere.

Se potessi eliminare qualcosa dal mondo, per renderlo migliore, cosa sarebbe?

La competizione. Non ho dubbi, la competizione è la cosa peggiore che esista nella vita. Non solo a livello sportivo. Viviamo in un disequilibrio totale tra gli elementi. Ci amiamo ma non ci ascoltiamo, non ci guardiamo davvero, non ci ‘sentiamo’. Il mio mondo è migliorato eliminando la competizione e cercando di vivere di più nel presente.

… … … …

Laura è una persona con cui non smetteresti mai di parlare. Con lei ho in comune questa grande passione, la ginnastica, che insieme è astio. Sofferenza.  Anche per me, che ho vissuto il dolore che porta con sé l’agonismo (fisico e psicologico) con meno intensità. Ma nelle sue parole ritrovo molto della vita quotidiana della mia infanzia. Alla sua sensibilità, al modo in cui la declina oggi, attraverso i massaggi Ayurvedici, mi sento molto vicina. Ieri ha trasformato un massaggio in una danza, mi sentivo davvero immersa in uno spettacolo. Manipolava le mie gambe come se fossero pezzi di una bambola. Percepivo la sua ricerca, la sua attenzione, la concentrazione sulle mie reazioni.  Sono felice che Laura abbia trovato il canale giusto per affrontare questo pezzo di vita. Come succede spesso, quando condividi esperienze forti durante l’infanzia, a Laura mi sento vicina come se ci fossimo sempre frequentate, come se sapessi molto più di lei e lei di me di quanto non dicano le parole. E queste sono solo parole.

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Per contattare Laura: +34.722.76.27.90

Schermata-2016-05-11-alle-16.59.53   https://www.instagram.com/laura3filetti/

 

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