Samantha Lentini – Una vita in movimento – L’intervista

samantha

Con Elisabetta abbiamo deciso di incontrare Samantha perché ci ha dato l’impressione di essere una persona straordinaria. Ci siamo sbagliate, Samantha è molto di più: è una donna fuori dal comune che ha fatto della sua consapevolezza uno strumento per muoversi nel mondo ed aiutare gli altri. Non vi racconteremo dei suoi bellissimi progetti ma vi racconteremo, invece, dei retroscena emotivi che l’hanno portata ad essere la donna che è e di tutta quella vita che ha attraversato per arrivare fino ad oggi.

Forse è troppo semplice unire i puntini a cose fatte. Eppure mi stupisce sempre vedere i pezzi della vita delle persone che si incastrano alla perfezione, come se fossero sempre stati lì ad aspettare che qualcuno li mettesse in fila uno dopo l’altro.

Se dovessi scegliere il filo rosso che attraversa la storia di Samantha Lentini dall’infanzia ad oggi, sceglierei una sola e semplice parola: movimento.

Il ballo è sempre stato una delle colonne portanti della vita di Samantha. Da quello che percepisco mentre mi parla però la danza non è stata soltanto una passione, bensì una disciplina che da bambina l’ha forgiata e da adulta le ha dato la misura per muoversi nel mondo. La danza ha fornito a Samantha gli strumenti per interagire con la vita, le ha insegnato a stare in equilibrio, a muoversi a tempo e a spostare il peso quando le sembrava di essere sul punto di cadere.

La danza ha un senso perché da bambina Samantha non aveva molto spazio per muoversi. Fin da piccola è stata grande. Aveva tante responsabilità sulle sue spalle e pochi modi per venirvi meno. Sapeva che il suo aiuto in casa era prezioso e perciò si rendeva disponibile quando le veniva richiesto.

Samantha mi colpisce perché parla della sua storia come di quella di chiunque altro rinunciando fin da subito a qualsiasi forma di protagonismo: “Sono stata una bambina molto responsabilizzata, fin troppo. Questo mi ha portata ad una fase della mia vita in cui ero molto arrabbiata. Con il tempo ho capito che la mia storia è simile a quella di molti altri e che sta solo a noi rompere con le logiche del passato, è fisiologico.”

Il ballo le concede uno spazio prezioso, quello del movimento e dello svago. Ciononostante non mi meraviglia che quella bambina scelga la danza classica come mezzo per esprimersi: una disciplina a tutti gli effetti, fatta di regole e di metodo. In un certo senso credo che la danza sia stata per Samantha una sorta di canale legittimo per dare concretezza al mondo di responsabilità che si portava dentro.

Le forme del movimento

Dopo alcune esperienze di volontariato durante l’adolescenza, alla fine del liceo Samantha decide di iscriversi a pedagogia. Per lei l’educazione è uno strumento potentissimo, è lo strumento che consente di fornire a chi ne ha bisogno i mezzi per trasformarsi in ciò che desidera essere. L’educazione, dice, “non è altro che una fase di transizione in cui le persone si spostano da un punto all’altro tramite la guida di qualcuno”.

Pensandoci non potrebbe dire cosa più vera, lo stesso verbo educare dal latino exducere significa tirare fuori. Cosa dovrebbe fare un buon maestro se non tirare fuori il meglio dai suoi allievi?  “Mi entusiasma vedere le persone intorno a me crescere e migliorare, mi riempie di gioia e di orgoglio. Ho sempre investito molto nelle persone e nella loro evoluzione, a casa come al lavoro tendo a creare rapporti umani che siano solidi, perché è su quello che poi si basa tutto il resto.”

Il ballo e la pedagogia hanno qualcosa in comune per Samantha poiché entrambi rappresentano un movimento, un incentivo alla trasformazione e alla presa di consapevolezza di sé stessi: “Per questo per un certo periodo della mia vita ho cercato di far confluire le due cose e ho avviato un corso gratuito di danza terapia per le gestanti dell’Ospedale di Bollate. Il corpo è la parte maggiormente coinvolta quando dai alla luce un bambino, eppure non esistevano corsi che dessero l’opportunità alle future mamme di conoscere sé stesse prima di affrontare l’evento”.

È il 2014 quando Samantha incontra Don Paolo, il prete con cui da 5 anni gestisce l’Associazione la Rotonda di Baranzate (il comune più multietnico d’Italia, con 1/3 di stranieri ndr). In quel periodo mette fine alla collaborazione con l’Associazione A Piede Libero Libertà di espressione Onlus e con l’Associazione Il Laboratorio Onlus. Nel maggio del 2014 lascia anche il suo posto nel Cda della Cooperativa Sociale L’arcobaleno che aveva fondato nel 2010.

L’incontro con Don Paolo è stato fulmineo, il prete aveva bisogno di lei e Samantha decide di lasciare tutto quello che stava facendo per aiutarlo.

Quando Don Paolo mi ha chiamata ho deciso di lasciare tutto per due motivi. Da una parte, perché sono sempre stata una persona che ha avuto bisogno di muoversi. Se sto ferma, a un certo punto mi sento soffocare. Dall’altra parte, perché credo fermamente che la vita sia un processo generativo che segue fisiologicamente un percorso di nascita, sviluppo e decadimento e questo vale sia per i rapporti umani che per il lavoro. Penso sia stupido e controproducente attaccarsi alle cose per paura di perderle o ancora peggio perché ci crediamo indispensabili. Nessuno di noi lo è. Quando hai contribuito a creare una realtà e quando questa realtà oggettivamente può sopravvivere anche senza di te, allora significa che è arrivato il momento di farsi da parte e di lasciare il posto ad altri. Se, invece, in quella frazione di tempo ti ostini a non lasciare il tuo posto, non stai lottando per far crescere quello che hai creato ma stai opponendo resistenza. La resistenza è il primo segnale di irrigidimento di una struttura e del suo decadimento. Io non voglio che questo succeda a ciò a cui tengo.”

Guardandola negli occhi mi chiedo da dove arrivi tutto questo: la consapevolezza, la generosità ma anche il coraggio di osservare le cose da una prospettiva così diversa da quella comune.

Luigino Bruni ne L’Economia di comunione parla di due modelli economici: l’economia del seme e quella del frutteto. Il seme è solo e una volta piantato potrà dar vita a un solo albero e tendenzialmente la sua storia finirà con lui. Se invece ragioniamo seguendo il secondo modello, quello del frutteto, godremo di molti più benefici, gli alberi daranno più frutti per più persone e cosa ancora più importante, la piantagione non morirà quando verrà a mancare il primo albero piantato, il nostro. Don Paolo sa che la mia presenza alla Rotonda è soltanto una fase, anzi stiamo lavorando insieme perché sia così. Una sera, a proposito di questo, è successa una cosa che non credo sia capitata per caso. Don Paolo leggeva gli atti degli Apostoli, più nello specifico il passaggio in cui Pietro torna alla comunità dopo esservi stato allontanato per un periodo. In quel occasione Pietro, che tornando potrebbe riprendere il posto che aveva lasciato con tutti i benefici che ne sarebbero conseguiti, sparisce. E non sparisce per un motivo qualsiasi, Pietro sparisce per lasciare spazio a Paolo. Non voglio essere onnipresente e più di ogni altra cosa, basto a me stessa; non ho bisogno di proiettarmi sugli altri per essere soddisfatta.”

Anche il lavoro, quindi, è un continuo movimento per Samantha. Attenzione, però, non un movimento forzato: “È importante saper stare nelle cose. Nei conflitti e nei momenti di transizione. La transizione è densa, spesso significa sofferenza ma è anche una fase molto educativa. È difficile andare avanti se prima non hai avuto modo di fermarti.”

Il movimento è un concetto presente anche nella sfera emotiva di Samantha: “Mio marito dice che il nostro matrimonio si basa sulla logica del compasso: lui è il perno solido a cui posso sempre fare riferimento, mentre io sono la mina che gira.

Samantha si è sposata molto giovane, a 23 anni, inizialmente non voleva avere figli poi qualcosa è cambiato: “Avevo paura di avere la responsabilità di un altro essere umano, forse perché le contingenze mi avevano portato a farlo quando ero bambina. In questo la psicoterapia mi ha aiutata molto, con il tempo ho capito che anche i rapporti umani sono fatti di tre fasi: incontro, trasformazione e distacco e che i miei bambini avrebbero preso la loro strada una volta diventati grandi.”

Personalmente sono sempre affascinata dal volto vulnerabile delle persone, più che dai loro punti di forza. Credo che le fragilità di ognuno di noi e la nostra capacità di farvi fronte diano la misura di chi siamo e della grandezza che ci portiamo dentro. E quindi mi sorge spontaneo chiedere a Samantha se si ricorda un momento della sua vita in cui ha pensato di non farcela e di mollare tutto: “Non ho mai pensato di mollare tutto ma penso di non farcela circa ogni mattina quando suona la sveglia”, ride, “poi trovo la carica negli obiettivi che mi pongo di raggiungere nell’arco della giornata. Nei momenti più bui mi faccio aiutare dalla mia spiritualità.”

Oggi Samantha ha due bambini, sua figlia vorrebbe diventare una ballerina di danza classica: “Cerco di darle lo spazio di esprimersi, di giocare e di essere bambina. Io alla sua età mi sentivo molto inadeguata, sia fisicamente che di testa. Mi sembrava di andare troppo veloce rispetto agli altri, per questo mi frenavo e facevo due passi indietro. Forse la mia passione per l’educazione è nata allora. Oggi ho fatto di quella mia predisposizione il mio scopo nella vita. Mi vengono in mente gli Sherpa, le guide il cui compito è aprire la strada agli scalatori per permettere loro di conquistare la vetta. Io vorrei essere questo per le persone che aiuto: uno strumento di trasformazione e di crescita.”

Oggi in pieno centro a Milano abbiamo incontrato la nostra Sherpa, che rinuncia al protagonismo ma dietro alle quinte migliora la vita di moltissime persone in difficoltà. Una Sherpa che con questo incontro ci ha regalato delle chiavi di lettura della vita e del dolore che ci fanno sentire più grandi, più fortunate, più libere.

Anna Monestiroli

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