Spunti dal Carcere: L’intervista a Ornella Bonetti

 

Milano – 07.05.2019 – Ornella Bonetti, esperta di calligrafia cinese, ex insegnante in pensione. Volontaria del Laboratorio di lettura e scrittura creativa del Carcere di Massima Sicurezza di Opera


Continua il mio viaggio spirituale in carcere, tra i suoi detenuti, visti con gli occhi e con il cuore di chi con loro parla, discute, lavora.

Un pomeriggio di primavera incontro Ornella Bonetti, esperta di calligrafia cinese ed ex insegnante in pensione, nonché volontaria al Carcere di Opera.

Ornella è una donna minuta, con gli occhi grandi ed espressivi, le mani delicate e con le dita lunghe. Gesticola in modo elegante nel suo scialle a manica larga, che sembra orientale ma non lo è. “E’ un banalissimo prodotto dei nostri tempi”, mi dice sorridendo alla fine dell’intervista.

Ornella, ho avuto il tuo numero, come sai, da Margherita Lazzati. Chi sei tu?

Chi sono non lo so, ancora non l’ho capito. Ma per mettere in salvo qualcosa di quella che sono stata ho creato un blog (ecodisegnitraccediffuse.wordpress.com) nel quale pubblico testi, eventi, poesie raccolte in carcere.

Il suo sorriso e la sua voce soave, come una carezza, mi hanno già rapita.

Cos’è cambiato da quando hai cominciato a trascorrere i tuoi sabati mattina al Laboratorio di lettura e scrittura creativa al Carcere di Opera?

Sono passata dalla schiuma al fondo dell’oceano. Solo al Buzzi, nel reparto di terapia intensiva neonatale, avevo provato una sensazione simile, avevo visto cosa fosse la sofferenza. Negli occhi e nella dignità di quei genitori che vegliano giorno e notte i loro bambini malati. In carcere hai davanti delle persone che non hanno più maschere. Ogni volta che decido di passare due ore del mio tempo con i detenuti mi viene spontaneo e naturale lasciarmi modellare dall’incontro ed acquisire una prospettiva umana, al di là dei moralismi e dei giudizi.

Come si collega la tua passione per la calligrafia cinese con il volontariato in carcere?

La calligrafia è questione di tenacia, è una scoperta continua di forme, di dominio di materiali, di ascolto di sé. E’ un modo per scoprire i propri limiti, per guardare dentro sé stessi. Il punto di vista cinese sulla vita è fatto di opposti e di alternanze, di luci e di ombre. Ha molto in comune con ciò che si vede e si vive dal Carcere. Avvicinandomi a Opera ho studiato anche i poeti cinesi esiliati e perseguitati durante la rivoluzione culturale. Hanno lasciato molti contributi poetici, la poesia in questi casi nasce da un disperato bisogno di ritrovare le proprie radici e nello stesso tempo immaginare il futuro con le risorse che si hanno a disposizione.

Tu eri insegnante di arte e immagine alla scuola media, come è nato in te l’interesse per la calligrafia cinese?

E’ stato un caso, come spesso accade. Anzi, le casualità sono state tre, e si sono concatenate rapidamente. Un giorno mettendo a posto in casa trovai dei pennelli giapponesi, di cui ancora oggi non conosco l’origine. Quell’anno, tra l’altro, quando avevo già prenotato un viaggio in Cina, capitai a una dimostrazione di calligrafia cinese in Feltrinelli. Casualità, come sempre, circostanze incrociate. Dopo quella dimostrazione decisi di cominciare un corso, faticosissimo, grazie al quale però oggi ho potuto far giocare i ragazzi (i detenuti ndr) con strumenti nuovi. In carcere è estremamente importante dare degli stimoli, avere degli spunti di ragionamento non convenzionale. Portare queste anime sostanzialmente sole alla condivisione, alla libertà di espressione, seppur temporanea. La calligrafia cinese per me è stato un modo di propormi come volontaria, ma dopo le prime volte è stata la poesia a prendere il sopravvento, è stato banalmente il fatto di trascorrere del tempo insieme a queste persone, che in qualche modo vivono in un luogo parallelo, di cui la maggior parte di noi non conosce neanche l’esistenza.

“La pena non cancella la dignità dell’uomo, non lo priva dei suoi diritti fondamentali: rispetto, nutrimento, istruzione, famiglia, libertà, solidarietà”, disse Carlo Maria Martini. 

E’ proprio così. Non è questione di buonismo sai, Elisabetta. E’ un concetto legato a quell’assenza di giudizio di cui mi hanno parlato altri volontari, Ornella? Si, ma il termine ‘assenza di giudizio’  non è proprio un’espressione mia: non la uso perché non ne sento il bisogno. Abbiamo tutti , liberi e ristretti, il bisogno di presentarci senza maschere. E non si sa più  chi dà e chi riceve. Questa disposizione d’animo in ascolto è di fatto l’unico stato mentale con cui puoi entrare come volontario in carcere. E’ l’unico con cui riesci a guardare le persone che hai davanti, che sono innanzitutto degli esseri umani, e come tali sono esattamente alla pari con te. Hanno necessità di essere ascoltati, e noi volontari, in quelle poche ore che riusciamo a dedicare loro rappresentiamo una microporticina sul mondo esterno. Sono persone a cui è stato precluso o comunque fortemente limitato qualunque contatto con la comunità “fuori”. Leggere, condividere, esprimersi in poesia permette loro di entrare in contatto con una parte molto profonda della loro anima e della loro personalità. Rendersi conto che possono creare qualcosa di bello, di degno di essere ascoltato li smuove e dà grande emozione a noi tutti.

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E’ a questo punto della chiacchierata che Ornella cita brevi poesie che le sono rimaste nel cuore. Finiamo i frullati e ci congediamo con un lungo abbraccio, coi cuori sospesi in una profonda e inaspettata sintonia. 

Sono così grata per queste interviste, perché malgrado i concetti espressi dalle diverse personalità che incontro non siano distanti tra loro, ogni volta ne scopro sfaccettature nuove. L’abisso delle emozioni umane è colto e rimodellato dalla liquidità degli occhi di questi volontari, che a seconda del momento si fanno compagni, terapeuti, insegnanti, ascoltatori, confidenti, esseri umani. 

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