Spunti dal carcere: La testimonianza di Anna Lazzati

Milano, 05.2019 – Anna Lazzati– 28 anni
Laureata in psicologia della comunicazione
Service designer presso un’agenzia di comunicazione
Volontaria presso il Laboratorio di poesia del carcere di Opera di Milano dal 2018



Quando arrivo sulle scale mi accoglie Gin una piccola Jack Russel a pelo liscio, Anna è subito dietro di lei davanti alla porta.
Non appena tutte e tre prendiamo posto sul divano, chiedo ad Anna di raccontarmi la sua storia. Ci conosciamo da diverso tempo ma non siamo in confidenza, mi rendo conto di sapere poco o nulla del suo passato.

“Fin da quando ero bambina ho maturato una forte curiosità per l’altro, per il diverso e una propensione a prendermene cura. Non so da cosa sia nato questo mio modo di essere, eppure è come se fosse un istinto innato che spesso si trasforma in un bisogno.”

L’attrazione di Anna per l’altro si è protratta negli anni, al punto da portarla a laurearsi in psicologia e a
specializzarsi in psicologia della comunicazione.

“Sono sempre stata attratta dall’essere umano, dai suoi comportamenti e soprattutto da quello che ci sta dietro. Mi capita a volte di sedermi al bar e di osservare le persone che mi circondano, di interrogarmi sulle loro vite e ricostruire le loro storie, tuttavia ho iniziato il mio percorso universitario già sapendo che non avrei scelto di fare psicologia clinica.”

Perché? “Mi ha sempre affascinato l’idea di capire meglio le dinamiche del mondo che mi circonda, di studiare e comprendere le persone, non tanto quella di curarle. Non mi sono mai sentita investita da questa responsabilità. Da adolescente, ho iniziato a sentire il desiderio di fare volontariato ma, un po’ per pigrizia di quell’età e un po’ per la paura del mio, talvolta eccessivo, senso di responsabilità nei confronti dell’altro ho continuato a rimandare”.

Per quanto riguarda l’esperienza come volontaria in carcere è stata la stessa cosa?
“Si, assolutamente. Lì ho sentito che era arrivato il momento. Quando sono entrata a Opera come volontaria avevo un po’ paura di essere investita, appunto, da un enorme senso di responsabilità, di qualcosa che sicuramente sfuggiva dalla mia portata e dal mio controllo. Poi ho sentito che la scelta di prendermi questo impegno è arrivata da sé, poco dopo aver iniziato. Allora ho deciso di provare”.

Chiedo ad Anna di raccontarmi come si è avvicinata al mondo del carcere. Mi parla della sua famiglia, di
come ad uno ad uno chi le stava vicino sia stato positivamente fagocitato dal laboratorio di poesia e di
come alla fine questa macchia d’olio abbia preso dentro anche lei.

“Tutto è iniziato con la mia tesi di laurea triennale sulla funzione rieducativa del carcere. In tale occasione mi sono ritrovata a leggere un libro che mi ha incuriosita sul mondo della devianza (“Psicologia del male” di Piero Bocchiaro) e al contempo ha contribuito a guidarmi nella sua progressiva scoperta. Oggi, ogni sabato mattina il mio gruppo di volontari ed io, ci ritroviamo in una stanza messa a disposizione dall’area educativa del Carcere di Opera, una stanza con una tavola rotonda (anche se poi è un rettangolo, ma mi piace l’idea del cerchio perché non crea gerarchie ma equidistanze) nella quale apriamo le porte alle persone detenute per alcune ore durante le quali si scrivono e condividono poesie. Durante questo tempo gli stereotipi e i pregiudizi rimangono fuori dalla porta e un forte senso di umanità e intimità prendono il loro posto. Ognuno di noi (e la cosa bella è che lo facciamo anche noi volontari) si esprime, si racconta, tira fuori qualcosa di sé attraverso la scrittura, che ho scoperto essere un mezzo davvero potente.

Cosa ti ha spinto lì dentro? Cosa c’è di diverso in questa esperienza rispetto ad altre?

“Credo l’assenza di giudizio. E il fatto di uscire tutte le volte con qualcosa in più.
L’idea che è alla base del laboratorio di poesia è quella di non chiedere, ciascuno può esprimersi liberamente in una condizione in cui il giudizio è sospeso. In quelle ore siamo tutti sullo stesso piano.
Questo clima neutro e non ostile porta le persone detenute a sentirsi liberi di dare voce ai propri pensieri, paure e sentimenti e a crescere enormemente da un punto di vista espressivo. Cerchiamo di fornirgli gli strumenti per esprimere ciò che hanno dentro. Questo, al contempo, dona anche a noi volontari un’occasione per spogliarci da quelle strutture mentali che ci portiamo appresso nella vita di tutti i giorni, dalle aspettative, i problemi: ti ritrovi semplicemente nel qui e ora a fare qualcosa di molto potente da un punto di vista introspettivo e relazionale.”

Cosa succede dentro di te quando sei lì?
“Premetto che è difficile raccontare il carcere e capirlo finché non lo vivi. Per me ci sono due aspetti molto importanti che mi spingono a tornare ogni settimana. Da una parte il carcere mi porta a riflettere molto, su cose su cui tendenzialmente mi soffermo meno nella mia quotidianità. Penso al prezzo e al valore della libertà, che da persone libere tendiamo a dimenticare. In generale mi aiuta a ridare la giusta priorità alle cose.
Dall’altra parte so che il mio tempo viene dedicato a persone che hanno espresso una volontà di migliorarsi e pertanto, sento che è speso bene.
A volte, quasi paradossalmente, sento il bisogno di “sdebitarmi” della fortuna che la vita mi ha offerto, senza meritarmelo sempre. Quest’esperienza in qualche modo mi permette di ripagare questo mio debito nei confronti di quella parte di umanità che quasi sicuramente è stata meno fortunata di me.”

Perché ti senti in colpa?
Sono nata in un contesto privilegiato e protetto, dove la cultura e l’istruzione hanno accompagnato e guidato la mia vita e le mie scelte, non facendomi propendere per strade più distruttive. Per tanti anni ho avuto modo di conoscere un piccolo spettro della realtà, fatto di persone fortunate come me. Quando sono entrata in contatto con persone detenute le cose sono cambiate. Intanto ho capito che la quantità di persone che non ha avuto questa fortuna è di gran lungo superiore a chi invece ha avuto il privilegio di usufruirne: il mondo è fatto di persone in difficoltà, sembra una banalità ma non lo è.
In secondo luogo, ho capito che le persone che entrano in carcere, hanno sì commesso dei reati che non voglio affatto sminuire e per i quali è giusto in modo sacrosanto che paghino le loro colpe, ma che spesso ciò è accaduto per mancanza di strumenti, che il loro contesto di vita gli ha negato. Io per esempio avevo le stesse probabilità di essere concepita in una baraccopoli in Sud America o in centro a Milano, e la prima opzione avrebbe molto probabilmente scandito la mia vita, sin dal principio, in modo diverso, quanto meno in termini di devianza.
Il male, a mio avviso, non è intrinseco all’essere umano, è per lo più situazionale, dipende dal contesto che ci circonda, dalla storia che ci ha preceduti, dalle possibilità che abbiamo avuto, dalle situazioni che viviamo e dalle persone che incontriamo. Per questo il mondo, a mio modo di vedere le cose, non si divide tra buoni e cattivi ma piuttosto si sfuma tra chi ha avuto la fortuna di ricevere gli strumenti per discernere il bene dal male anche in situazioni difficili, e chi invece non l’ha avuta e si è ritrovato a combattere una lotta ad armi impari. Il laboratorio di poesia e l’area educativa in generale cercano di trasmettere alle persone detenute almeno una parte di questi strumenti, per consentire loro di uscire migliori di quando sono entrati.”

Quindi credi nel riscatto.

“Si ci credo moltissimo. Purtroppo però in Italia la recidiva è ancora molto alta, intorno al 70%. Siamo d’accordo che se il 70% delle persone che escono dal carcere si ritrovano a ricommettere un reato, qualcosa non è andato come doveva. L’Italia infondo è un paese strano, ci affermiamo contrari alla pena di morte eppure trasformiamo luoghi che dovrebbero rieducare, in posti lontani da tutti e da tutto, in cui recludere le persone e buttare via la chiave, consumandole piano piano.

Come dovrebbe essere il sistema ideale secondo te?

“Se il carcere, per sua definizione, oltre che a punire deve servire a rieducare, dovrebbe essere un luogo la cui priorità è quella di fare uscire persone migliori di quando sono entrate. Un luogo in cui venga massimizzata e incentivata l’importanza dell’impiego del tempo in qualcosa di costruttivo e non dove lasciarsi andare perché dimenticati dal mondo. Nessuna delle persone che frequenta il laboratorio ha cominciato a frequentarlo pensando di arrivare dove è arrivata oggi – alcuni sono passati da una condizione di semi-analfabetismo all’essere poeti straordinari nel giro di pochi mesi o anni) eppure una volta entrati hanno iniziato a prendere coscienza delle qualità che ciascuno di loro possiede e non hanno più smesso.
Questa è la chiave secondo me: valorizzare le qualità delle persone detenute, spesso un po’ nascoste o addirittura a loro sconosciute; solo la presa di coscienza di avere dentro o di sapere fare qualcosa di buono può restituire umanità e innescare meccanismi fecondi che comportino la volontà di migliorarsi. Oggi, passo dopo passo, possono essere orgogliosi del percorso che hanno intrapreso e noi fieri di essere stati parte di quell’incentivo che ha acceso, senza forzature e in tempi brevissimi, quella voglia di riscatto di cui molti di loro erano sprovvisti.
Queste attività sono importanti non solo perché restituiscono dignità alle persone detenute e le stimolano quindi a riscattarsi e ad investire su ciò che scoprono di saper fare, ma anche perché creano un importante ponte con l’esterno in un’ottica di un loro reinserimento futuro: ciò che imparano se lo porteranno fuori, una volta ripagato il proprio debito con la società e, forse chissà, ciò gli consentirà di affrontare il mondo e le sue sfide dando un valore diverso a sé stessi e alla vita. Credo fermamente che il carcere potrebbe fare di più per creare dei ponti con l’esterno perché non si può pensare di rieducare una persona e poi lasciarla sola nel momento più difficile del suo percorso, quello del reinserimento in libertà dopo tanti anni di detenzione. Inutile dire che in questo senso, purtroppo, il governo attuale ha fatto tanti passi indietro. Infine, desidererei un sistema che desse più importanza e più fiducia alla prevenzione per avere sempre meno bisogno di ri-educare. D’altronde la prevenzione è tutto: le carceri sono sovraffollate soprattutto di persone che provengono da quartieri o situazioni ad alto rischio di devianza e che spesso sono anche i più dimenticati. Bisogna entrare in contatto proprio con queste realtà, con queste persone, attraverso le scuole, le associazioni e in modo capillare veicolare una cultura della legalità offrendo valide alternative alla delinquenza.”

Hai mai pensato di fare di questa realtà il tuo lavoro?
“Si, ogni tanto ci ho pensato, ma il carcere è una realtà che di fatto sfugge spesso a qualsiasi tipo di logica. È al contempo molto gratificante ma anche frustrante: ogni piccolo sforzo ha una ripercussione enorme e tangibile sulle persone coinvolte, ma è anche molto difficile gestire la sua imprevedibilità. Si sottosta a delle regole che spesso sfuggono alla comprensione, una volta è in un modo e la volta dopo è in un altro, senza un motivo apparente. Ci sono detenuti che vengono trasferiti all’improvviso, altri che aspettano permessi per settimane, o la cui approvazione talvolta arriva dopo il giorno per cui lo avevano richiesto, magari anche per cose gravi come operazioni o funerali di una persona cara. Così finisce che loro sono i primi ad avere difficoltà a credere nel sistema.

Progetti futuri? Vi piacerebbe portare il laboratorio fuori da Opera?
“Già lo facciamo con diversi eventi in cui presentiamo il laboratorio – lo scorso Aprile per esempio siamo stati invitati all’evento Cultura dal carcere a Matera – e le antologie con le poesie dei partecipanti al pubblico esterno. Per quanto riguarda il portarlo in altre carceri sarebbe bellissimo, ma è anche complesso: non tutti gli istituti penitenziari dispongono delle persone e degli spazi necessari, e non tutte ne comprendono il valore. Un risvolto molto gratificante è che alcuni ex detenuti di Opera sono stati trasferiti a Bollate o in altre strutture italiane e sono diventati loro stessi promotori della filosofia del laboratorio; questo per noi è un grande motivo di orgoglio, come anche il rimanere in contatto con chi torna in libertà. In generale mi piacerebbe molto ampliare la proposta di laboratori in tutte le strutture carcerarie italiane, portarli laddove ancora non esistono e aprire le loro porte ad un numero molto maggiore di partecipanti.

Anna Monestiroli

“Il tempo è la materia principale di cui sono fatte le nostre vite. Per tutti, ma per chi sta in carcere di più: il tempo, quando non puoi scegliere lo spazio, è l’unico materiale che hai. Così se la costruzione della nostra vita si decide su come usiamo questa materia strana, fatta di anni e minuti, pare ancora più
assurdo il pensiero di quanto spesso il tempo di chi è detenuto si consumi in pura attesa. E’ l’uso del tempo a fare di una persona ciò che è. Ma solo quando ci sentiamo davvero “persona” – e trattati come tale – ci importa di come usarlo, il tempo. E’ questo che ci cambia, che ci fa crescere oppure no”.
Giacinto Siciliano, direttore della Casa circondariale di San Vittore (Ex direttore del carcere di Opera) – persona illuminata e di grande valore, responsabile di importanti conquiste fatte in ambito rieducativo nelle realtà carcerarie milanesi.

 

 

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