6 sotto un tetto

E finalmente posso scrivere. Non c’era modo di farlo prima, non riuscivo a sbottonarmi. Esplodevo di gioia ma volevo tenermi il segreto. Chiedevo scusa ad amiche ed affetti carissimi, ma non rispondevo al telefono, restavo vaga nei messaggi, rispondevo evasiva a frasi qualunque, rimandavo appuntamenti a fine giugno. A tanti ho detto che avevo la testa altrove e tanto da fare causa trasloco, come se il fare scatoloni non mi desse un minuto per una conversazione sincera. Figurati! La verità è che aspettavo questo 19 giugno con impazienza, eccitazione, un pizzico di timore. “Hai 38 anni”, “i rischi aumentano”, “tutto può essere”, “sfidi la fortuna”…nella mia testa fluttuavano una serie di frasi che non volevo sentire. Mi sforzavo di lasciarle nell’universo parallelo del pessimismo, quel mondo di cui io per natura non faccio parte. Mi hanno fatto allegra e un po’ incosciente, ho sempre affrontato la vita con l’inesperienza di chi non ama essere troppo preparata, perché quel brivido di avventura verrebbe a mancare. Ho sempre ammirato le amiche che sembrano conoscere tutto di ogni male, o che potrebbero sostituire delle esperte di svezzamento, o di ostetricia, o di viaggi, a volte sembrano parafarmaciste e a volte neurochirurghe. Io invece vivo e scordo i particolari operativi e i dettagli pratici delle giornate vissute… mi restano solo le fitte che durante quelle ore di vita mi hanno colpito al cuore, ferendolo di dolore o crepandolo di emozione e gioia. Ho l’impressione che il mio cervello resti sempre allo stesso livello di complessità, nonostante con l’età abbia imparato molte cose e continui ad impararne. È il tessuto sotto pelle, quello strato a metà tra inconscio e sentimenti che è sempre più ricco e connesso a energie che un tempo mi erano del tutto sconosciute. Forze mie e dell’universo. Un tempo vivevo facendomi spazio tra quelle liane di sentimenti e istinti, vivendoli con pudore, più come ostacoli che come sentieri. Ne ero intimorita e non mi fidavo per niente, cerebrale e cinica quanto bastava. Eppure oggi sono gli stessi che mi guidano, lasciando spazio a un pizzico di razionalità dove riesco e dove serve. La prospettiva si è ribaltata. Razionalità e calcolo nella professione, ma nella vita privata mai più del necessario. Non sono ancora serenissima, ma ho fatto passi avanti nel gestire la mia emotività con l’aiuto di un principio guida che mi ha salvata dall’esaurimento ormai innumerevoli volte: une chose à la fois. Un pezzettino alla volta. Sminuzza il tuo problema in micro granelli, prendine uno, guardalo, annusalo, datti del tempo per ragionarci, risolvilo, mettilo da parte. Un pezzo dopo l’altro il puzzle si risolve. E così avanti con un altro. Non ci si ferma mai. A volte è un puzzle al giorno, a volte uno all’ora, a volte uno a figlio in stanze diverse della casa.

Ogni tanto penso a quella sensazione di noia che provavo la domenica da adolescente, lasciata a me stessa mentre i miei chissà cosa avevano da fare. Io semplicemente non chiedevo, e loro ci lasciavano un po’ a noi stessi. Peccato non potersi portare avanti in quelle occasioni…oggi pagherei, e in effetti in qualche modo paghiamo, per avere qualche ora per pensare senza interruzioni. Dentro di te sai che è solo un rimandare cose da fare, sai che la vita busserà alla tua porta senza preavviso da un momento all’altro con una valanga di doveri e impegni pratici e più tardi aprirai peggio sarà. Il tempo per pensare è la mia vera meditazione, che mi permette di affilare le lame per attraversare la giungla di emozioni quotidiane.

La vita va presa a testate, quella porta va aperta a braccia aperte, perché se non sei tu ad accogliere la vita tra le braccia sarà lei a ridurti a brandelli, e invece di spezzettare i problemi ti ridurrai a una corsa contro il tempo, a raccogliere le briciole una ad una per dare una sembianza di ordine a un puzzle senza bordi e regole.

Oggi durante la mia quarta ecografia del primo trimestre, quando ho capito che andava tutto bene, mi è scesa la lacrimuccia. E mezz’ora dopo piangevo di sollievo con la mia amica, annunciandole che coi fuochi d’artificio di fine anno saremo in 6, e ci siamo fatte prendere entrambe dall’emozione del primo vero abbraccio post Covid. Non ho mai dato nulla per scontato, ma è vero che un bimbo inaspettato dà un senso di gratitudine mai provato. Sto vivendo un sogno meraviglioso: sono così grata che dopo mesi di silenzioso intimo segreto non lo posso annunciare a voce, perché perderebbe di sacralità e di unicità.

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