Resto qui – La recensione

Di Curòn , un paesino al confine svizzero-austriaco in Alto Adige, è rimasto solo un campanile che galleggia sull’acqua. Oggi il lago di Curòn è per molti una meta turistica, ma Marco Balzano, classe 1978, capitatoci per caso, decide di andare oltre, e ci regala un romanzo breve su ciò che giace nel silenzio, sott’acqua, nel buio.

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

dice Ungaretti in “Il Porto sepolto“. Ecco, credo che Balzano con questo libro si possa definire tale, un poeta, una figura che grazie al suo talento permette a tante storie e sofferenze annegate di riecheggiare ed arrivare al cuore di molti.

Resto qui è una lettura piacevolissima anche se dolorosa, asciutta, senza fronzoli, con periodi brevi ed incisivi. E’ un romanzo di resistenza, che ripercorre una parte della storia d’Italia – dell’Alto Adige – dal 1921 agli anni ’60. Queste pagine parlano di appartenenza, di identità, di soprusi e di perdite. Parlano di una maestra che da un giorno all’altro si trova costretta ad insegnare il tedesco, la sua lingua madre, quella del suo paese, nelle ecatombe e in luoghi clandestini. Da un giorno all’altro infatti Mussolini impone l’utilizzo dell’italiano, e questo sarà solo il primo dei soprusi che gli abitanti di questa valle si troveranno a subire. Parte del libro è in forma epistolare: Trina infatti, la maestra protagonista, deve fare i conti non solo con il fascismo, la guerra, la diserzione del marito e la lotta per la sopravvivenza sulle montagne, ma anche con la scomparsa di una figlia, a cui scriverà per tutta la vita. Spererà sempre che le parole gliela possano restituire. Le parole come unica certezza, anche in quel dopoguerra che agli abitanti di Curòn non porterà nessuna pace, ma solo nuove lotte, con la minaccia della costruzione della diga che avrebbe fatto sparire per sempre il paese e le sue strade.

Balzano inserisce in uno sfondo storico reale le tragedie personali dei protagonisti. Ci racconta una pagina della nostra Storia poco conosciuta, forse deliberatamente taciuta, come se non fosse mai esistita, fatta della resistenza dei singoli, di resilienza, di una lotta tenace per non perdere i propri luoghi, il proprio territorio.

“Guardo le canoe che fendono l’acqua, le barche che sfiorano il campanile, i bagnanti che si stendono a prendere il sole. Li osservo e mi sforzo di comprendere. Nessuno può capire cosa c’è sotto le cose. Non c’è tempo per fermarsi a dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. Andare avanti, come diceva Ma’, è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci”.

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