Vaccino antinfluenzale 2020 – che giostra!

Tra poche settimane terrò tra le braccia il nostro nuovo micro bimbo, questo miracolo con cui ora comunico solo a suon di carezze e pensieri meditativi. Ogni tanto ci incontriamo nel sonno, a volte gli accarezzo i piedini attraverso la mia pelle, lo seguo quando si muove tipo alien al di sopra del mio ombelico, a volte lo avvolgo tra le mani, gli suono melodie tamburellando i polpastrelli, lascio che i fratelli gli facciano delle mega pernacchie o gli diano dei gran baci. Ora è al sicuro dentro di me, ma certo non nascerà in un momento in cui potrò assicurargli leggerezza e affetto da parte di parenti e amici. Chissà quando li vedrà, tra l’altro, i nonni, o gli zii. Chissà se potrà intravedere i loro sorrisi attraverso le mascherine o se penserà che gli unici belli siamo noi 5, che tanto lo abbiamo aspettato e ora in casa ci mostriamo a viso nudo. Potrà tirarci il naso, le labbra, vedere i nostri denti esplodere nel più bello dei sorrisi quando lui ce ne regalerà uno. Ma questa intimità gli sarà permessa solo con noi, nell’avvolgente calore di questa casa nuova che tanto ci assomiglia. Là fuori sarà tutta un’altra storia.

Non ci siamo mai vaccinati contro l’influenza, né noi né i bambini. Quest’anno però, date le circostanze, abbiamo pensato fosse la cosa migliore, anche per proteggere il piciulotti in arrivo. Fosse facile però! Le prime chiamate alla pediatra di base le ho fatte già a inizio settembre, al ritorno dalle vacanze. Col passare delle settimane ho capito che i ‘grandi’ (7 e 9 anni, Dragon e Sgretibus) non sarei riuscita a vaccinarli per mancanza di dosi. Va bene, un problema alla volta, mi son detta. Ho prenotato a pagamento un vaccino per il Micio, e gratuitamente uno per me e uno per Bussi, 3 anni. La cosa ha richiesto pazienza ovviamente, e la prenotazione è avvenuta alle 5 di mattina durante uno dei miei soliti momenti di insonnia gravidica. Ma ce l’ho fatta.

Mi presento quindi all’Ospedale Niguarda di Milano un pomeriggio di novembre intorno alle 17h, con in mano solo un sms di conferma per il vaccino di Bussi. Dopo aver girato per almeno venti minuti tra parcheggi nebbiosi, blocco sud, blocco nord, pensiline per le informazioni dove le informazioni non le hanno, corridoi, atrii, gel disinfettanti, misurazioni della temperatura, il tutto cercando di ascoltare Bussi che cominciava a spazientirsi e mi raccontava tutti gli aneddoti della giornata, mi trovo finalmente al posto giusto. Non c’è neanche coda, te credo, trovare quel punto dell’ospedale non è impresa da tutti, immagino orde di genitori con figli urlanti che tornano disperati al parcheggio rassegnati e perdenti.

L’appuntamento per Bussi, ovviamente, non risulta a computer. La mia pancia da 35 settimane, unita al misero SMS in cui sono riportati i dati insieme alla data di nascita della bambina convincono l’infermiere a non rimandarmi indietro nel parcheggio nebbioso come l’ennesima zombie sconfitta dal sistema. Il buon uomo aggiunge il nome di Bussi a matita su un foglio, mi fa compilare i soliti moduli, e mi permette di aspettare su una sedia. Arriva in brevissimo tempo una dottoressa, che ci fa accomodare nel suo studio e con aria grave e preoccupata mi dice che lei il vaccino lo può fare, ma ci sono due criticità. Si, dice proprio criticità. La prima: il vaccino non è spray come previsto per i minori di 6 anni, e per la seconda dose, da fare tra 4 settimane, mi può dare un numero da chiamare, ma lì a Niguarda non la fanno. Ah, dico, beh mi aspettavo peggio dal suo tono. Ormai siamo qua, facciamo il vaccino classico, siamo sopravvissuti tutti a una punturina. Quindi procediamo. Che sarà mai, chiamerò il numero dopo e prenoterò la seconda dose.

Punturina, pianto immediato, barretta al cioccolato che sapientemente avevo portato per ogni evenienza, e nei 15 minuti in cui ci chiedono di aspettare sedute per questioni di sicurezza chiamo il numero in questione. Il centralino è tanto se non mi ride in faccia. “No, Signora, non so perché le abbiano dato questo numero, per le seconde dosi deve rivolgersi al suo pediatra di base”. Peccato che la mia pediatra non abbia ricevuto le dosi, o così almeno continua a dirmi. “Non posso aiutarla, Signora” e la telefonata si chiude. Esce la dottoressa e le dico, in diretta, che la seconda dose non è prenotabile al numero che mi ha dato.

La sua risposta, data con aria per niente sorpresa, è la ciliegina sulla torta di questa giostra: “Ah, non è prenotabile? Va beh ma Signora con una dose sola comunque un po’ la bambina è protetta. Va bene anche così non si preoccupi”. Eeeeeehhhh? La frase più antiscientifica che io abbia mai sentito. Tipo scuuuusa maaaa…tu suoni ? Alla Mai Dire Gol.

Chiamo la pediatra, che si segna il mio numero e ‘mi farà sapere se qualcosa si sblocca’.

Preghiamo tutti per noi, perché il sistema sta collassando, o forse era già al collasso ma il Covid ha messo tutti davanti a un enorme specchio deformante, che ci fa vedere tutte le brutture e nasconde quel poco che funziona. Mentre uscivo da quell’enorme building e cercavo la macchina, ormai nel buio delle 18h passate, con la mia bimba lacrimosa per mano e la pancia dura per i chilometri macinati mi sono sentita nella più bieca periferia di un paese povero povero. Nonostante sia riuscita a farle iniettare la prima dose sono una di loro ora, uno di quei genitori zombie smarriti, che lavora da casa e esce solo per andare a prendere i figli a scuola, che vive alla giornata perché da un momento all’altro una delle loro classi potrebbe essere in quarantena, che gli urla almeno una volta al giorno di calmarsi perché ‘se vi fate male non possiamo andare in ospedaleeee!!!’ e, soprattutto, che si sente profondamente e colpevolmente impotente perché sa bene che la sopravvivenza nella nostra bolla è da privilegiati e che può sempre – e ancora – andare peggio. Olé!

4 Comments

  1. Sempre speciale TU❤.
    Che voglia di vedervi tutti!!!
    Un abbraccio forte e una coccolina special alla pancia!!!

    Betta la ex maestra di Diego!

    "Mi piace"

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