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Affezionarsi all’infelicità

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Come vi fa sentire questa frase?

A me innervosisce. “A force d’être malheureux on finit par devenir ridicules

Ora, l’ha scritta Xavier de Maistre (https://it.wikipedia.org/wiki/Xavier_de_Maistre), uno – militare, scrittore, pittore – che nel ‘700 si era anche inventato il romanzo “Viaggio intorno alla mia stanza” (Voyage autour de ma chambre), ovvero il resoconto di 42 giorni chiuso in camera e delle conseguenze sul suo stato mentale.

Quindi, insomma, un po’ di estro e di genio glielo riconosco.

Tuttavia, ho sentimenti misti (mélangés direbbe il nostro Xavier-Saverio) nei confronti di un frase che oggi innanzitutto sarebbe politicamente scorretta. Oggi vedo infatti una duplice tendenza: da una parte ogni emozione è presa sul serio, ‘è valida’, come si dice, ‘non è né negativa né positiva’, dall’altra si tende a sminuire l’importanza di emozioni come tristezza, apatia o mancanza di energia, classificandole come ‘mali di un’era, quella dei figli del benessere’.

Ma sì, ha tutto, non ha problemi, e quindi se li inventa“. Ho sentito più di una volta questa frase e smuove in me, istintivamente, un moto protettivo, un interesse più profondo verso chi si sente in questo modo. Non parlo chiaramente di situazioni patologiche, ma di tutte quelle persone che sentono un calo di energia o di interesse verso il mondo esterno, fanno fatica a sorridersi allo specchio, esprimono lamentele più che entusiasmi, stentano a trovare il bello nel quotidiano.

Che c’è di ridicolo nel non essere in forma, nel non essere sempre al top, nel non sentirsi al meglio? E’ vero, da persona pratica quale sono, mi vien voglia di capire cosa c’è sotto e soprattutto di smuovere il terreno affinché la persona trovi la sua via di uscita, la sua via di rinascita da quel momento negativo. D’altronde se così non fosse non farei il lavoro che faccio.

Compiacersi della propria sofferenza può essere un alibi, può essere una mancata presa di responsabilità. In qualche modo siamo capaci di affezionarci alla nostra infelicità, perché ci permette di restare nel guscio, di non fare passi avanti, e ci fa sentire legittimati nell’imoobilità.

Ognuno di noi si racconta una storia e si convince di quel che dice, si convince delle sue opinioni. E’ chiaro, quindi, che lasciando una persona nel suo gomitolo di pensieri negativi non la aiuteremo certo a uscirne. Pensare però che l’infelicità ci renda ridicoli, e utilizzare questa frase magari per spronare qualcuno all’azione mi sembra cercare una risposta senza aver fatto prima le giuste domande. Mi sembra darsi una risposta a una domanda non fatta.

Troppo filosofico? Che ne pensano i coach?

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